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Calice e patena – Deisign 2010

Inviato 23 Giugno 2010 da Ernesto

ALZERÒ IL CALICE DELLA SALVEZZA”

Il calice e la patena per la celebrazione ordinaria e per la concelebrazione

Professionista Designer: Ernesto Messineo

Consulente liturgico: Anna Capuano


Relazione

Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perchè porti più frutto. Voi siete già mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me.

Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi li raccolgono e li gettano nel fuoco e li bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli” (Gv 15, 1-8)

Nell’Antico Testamento, l’immagine della vite indicava il popolo di Israele (Is 5, 1-2). La gente era come una vite che Dio piantò con molta tenerezza sulle colline della Palestina (Sal 80, 9-12). Ma la vite non corrisponde a ciò che Dio si aspettava. Invece di uva buona produce un frutto acerbo che non è buono a nulla (Is 5, 3-4).

L’Alleanza del monte Sinai prevedeva una reciprocità tra Dio e il popolo ebreo: “Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo” (Es 20; Dt 6), ma il patto fu presto infranto a motivo dell’adorazione del vitello d’oro (Es 32, 1-35).

Fu l’inizio di una lunga serie di tradimenti e infedeltà a cui i profeti contrapposero la promessa di una nuova alleanza caratterizzata dal dono di una legge scritta non più su tavole di pietra, bensì su un “cuore di carne”, su un “cuore nuovo” animato da uno “Spirito nuovo”, e cioè lo Spirito di Jahvè in persona (Ez 11, 19; 36, 26).

(Dio) mandando il proprio Figlio in una carne simile a quella del peccato e in vista del peccato, egli ha condannato il peccato nella carne perché la giustizia della legge si adempisse in noi, che non camminiamo secondo la carne ma secondo lo Spirito … Egli non ha risparmiato il proprio Figlio, ma lo ha dato per tutti noi …” (Rm 8, 3 -4.32). Paolo vede qui il Cristo come il gran Sacerdote che compie la liturgia del sangue che però è il suo: Egli è il sacerdote e la vittima offerta. Il Cristo col sacrificio della croce sanciva la Nuova Alleanza; i fedeli diventano anch’essi contraenti, offerenti col Cristo del grande e unico sacrificio, condividono diritti e doveri di tale alleanza, mangiando le carni della Vittima immolata.

Questa inabitazione reciproca tra Gesù e il credente è comprensibile in modo particolare attraverso la similitudine della vite e dei tralci.

Gesù dice ai suoi discepoli: “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete fare nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”. (Gv 15, 5-6)

Un primo aspetto è la “stabilità”. L’albero è l’immagine naturale della stabilità. Se continuamente trapiantato da un terreno all’altro, c’è il rischio che muoia. L’altro aspetto del rapporto “vite-tralci” è la “fecondità”. Gesù insiste sulla necessità di essere uniti a lui, di ricevere LINFA dalla sua vita. Senza di lui non portiamo frutto. Con lui porta molto frutto. Il FRUTTO di cui parla Gesù è quello di una vita DONATA, VERSATA come il vino condiviso con i fratelli. Il frutto è quello di un amore sincero, gratuito, profondo. Donando la sua stessa vita, Gesù continua a DARE FRUTTO ed è diventato la VITE che permette ai tralci di fruttificare.

Chi non mangia le mie carni e non beve il mio sangue non avrà la vita” (Gv 6,53). È un’affermazione che va ribadita più che mai nel clima di grande “autosufficienza” in cui siamo immersi. “Bere il calice di Cristo” ha, come compito, quello di riportare la frammentarietà degli uomini alla semplice unità del tralcio con la vite, e quindi di demolire ogni costruzione personalistica ed egoista che in ogni uomo tende appunto a separare, a dividere, a moltiplicare.

Ma in che modo possiamo essere concretamente uniti a Cristo? Attraverso L’EUCARESTIA.

Scrive San Cirillo di Gerusalemme: “Nella figura del pane ti è dato il corpo e nella figura del vino ti è dato il sangue, affinchè tu divenga, partecipando al corpo e al sangue del Cristo, concorporeo e consanguineo al Cristo. Così, noi diveniamo cristofori distribuendosi nella nostre membra il corpo del Cristo e il suo sangue. Così, secondo il beato Pietro, noi diveniamo partecipi della natura divina” (Catech. mystag. IV, 3).

Il fusto intrecciato, simbolo dell’albero della vite, è alla base del progetto.

La figura dei tralci risalta sul resto del calice sia nella forma che nel materiale/finitura utilizzati; “salgono” in rilievo dalla base e si intrecciano fino a raggiungere la coppa. Essi sono simbolo della fecondità di chi è rimasto unito alla vite.

Gli stessi tralci delineano dieci aree in cui trovano spazio decori semplici che rappresentano la Vecchia Alleanza scritta su tavole di pietra (Dieci Comandamenti).

Il colore oro della coppa indica la regalità di Cristo e la vittoria della vita sulla morte.

La base in argento presenta un foro al centro che richiama alla frammentarietà dell’esistenza umana.

La patena in argento è di forma circolare e priva di decori.


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